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Déjà-vu
Si alzò dalla poltrona, prese due ciocchi di frassino dalla cesta e li sistemò nel focolare del camino, sopra le braci ardenti; poi prese l’attizzatoio e, guardando dentro il focolare, iniziò a ravvivare la fiamma.
«Coraggio! Ne hai sopportato tanti… supererai, bene o male, pure quest’altro Natale», si disse, riponendo l’attizzatoio quando vide la fiamma aggredire con forza i nuovi ciocchi.
Si avvicinò alla piccola e graziosa finestra della baita, adornata con delle tende a quadretti bianchi e rossi. «Nevica come se non fosse mai caduta!» commentò sconsolato, osservando il sentiero ormai coperto da trenta centimetri, abbondanti, di neve fresca.
«E’ inutile apparecchiare, nessuno sarebbe così pazzo da farsi una ciaspolata fin quassù, con la certezza di non poter tornare a valle per la troppa neve», realizzò, buttando l’occhio sui tavoli in legno massello di cirmolo ancora da imbandire.
Calcolando i pochi coperti che avrebbe messo insieme durante l’intero inverno, tirando le somme alla fine sarebbe stato più l’impegno che il guadagno; questo perché, a differenza delle baite site accanto alle piste da sci, per le quali la stagione turistica invernale era fondamentale per far quadrare i conti dell’intera annata, per la baita del vecchio montanaro, allocata lungo un sentiero frequentato dai turisti solamente nel periodo estivo (salvo qualche raro camminatore dotato di ciaspole che, partendo dagli alberghi a valle, si sobbarcasse un paio d’ore buone, arrancando e affondando nella neve sin oltre il limite delle abetaie, solamente per il piacere di assaggiare i piatti dello scarno seppur genuino menù offerto ai sui ospiti: salumi, formaggi, pane, polenta, vino, caffè e grappino a pagamento; oltre ad acqua di fonte a volontà, generosamente offerta gratuitamente), quella in corso si poteva definire: stagione morta.
Per questo motivo, mentre durante i mesi estivi si avvaleva della collaborazione di un paio di lavoratori stagionali, d’inverno s’arrangiava da solo.
Lo sapeva benissimo - era vecchio, non stupido - che sarebbe stato economicamente vantaggioso chiudere all’inizio dell’autunno e riaprire all’inizio dell’estate; ma per il vecchio montanaro, il lato economico era una variabile che non prevedeva l’accumulo. Lui amava definirlo: «Sfrido del mio tribolare per sentirmi vivo. Materiale di risulta utile a tenere in piedi la baracca e, di riflesso, a tener lontano depressione e solitudine».
Improvvisamente, affacciandosi nuovamente alla finestra, si bloccò «Un altro déjà-vu», osservò con un sospiro, rammentando d’aver compiuto gli stessi gesti e usato le stesse frasi, nello stesso contesto ma in un altro, indefinito tempo.
Tornò a sedersi sulla poltrona e, guardando e udendo le fiamme crepitare nel camino, dovendo inventarsi qualcosa per trascorrere il lungo e solitario Natale… s’ingegnò, per scoprire l’arcano che si celava dietro i suoi déjà-vu, che sempre più frequentemente si mischiavano ai ricordi.
«Forse, se non fossi vissuto da orso, se mi fossi sposato quando si presentò l’occasione, ora non sarei qui a dialogare con il nulla, pur di non essere ghermito dalla solitudine», esordì amaramente.
Il vecchio montanaro era fatto così; forse male, ma era fatto così. Da tempo immemore, né i turisti ospitati nella baita né i valligiani incontrati le rare volte che scendeva in paese, avevano avuto il piacere di vedere un sorriso attraversare il suo sguardo arcigno - pareva scolpito nella stessa, granitica materia delle cime che sovrastavano la baita.
Così com’era di poche, taglienti e lapidarie parole in presenza d’altri soggetti; per contrappasso, il roccioso montanaro esibiva un logorroico eloquio in presenza del nulla, esprimendo a voce alta arditi e inconcludenti pensieri, espressi per dotarsi del coraggio necessario per vincere il silenzio assordante e imporsi le giuste motivazioni per tirare a campare.
Prese la pipa dal bracciolo della poltrona, e dopo aver messo il tabacco nel fornello, afferrò dalla cesta un sottile rametto d’abete e, dopo aver acceso la punta inserendola tra le fiamme del camino, lo usò per accendere il tabacco.
«Ci voleva!» esclamò soddisfatto, immerso in profumate volute di fumo.
Muovendo la schiena si sistemò sulla poltrona. «Ora, vediamo di capirci qualcosa!» iniziò.
Ma il rumore spezzettato, prodotto dalle pale di un elicottero, lo distolse dalla riflessione; allora si alzò dalla poltrona, si avvicinò alla finestra e, guardando in alto, lo vide transitare lentamente, sfiorando le abetaie. «Stanno controllando gli accumuli di neve, su in alto», osservò con noncuranza, tornando ad accomodarsi sulla poltrona.
Guardando il fuoco del camino, tenendo la pipa ben stretta tra i denti, riordinò le idee; poi, scostando la pipa dalle labbra, proseguì da dove si era interrotto: «Non può essere solo una sensazione, uno scherzo dell’immaginazione; troppi ne ho ascoltati con lo stesso mio problema. Molto del tutto che ci circonda, ancora sfugge all’umana comprensione…» fece una pausa, «troppo difficile, mi sta venendo un gran mal di testa!» sbottò, alzandosi dalla poltrona.
Afferrò il telecomando appoggiato sull’architrave del camino e si lasciò ricadere nella poltrona. «Gustiamoci un po’ di buon calcio che è meglio, va’!» esclamò, riportando la pipa tra i denti e puntando il telecomando sul videoregistratore, dove aveva precedentemente inserito la cassetta contenente le registrazioni delle partite della squadra del cuore.
Guardava distrattamente i giocatori muoversi sullo schermo; le aveva viste e riviste chissà quante volte quelle immagini, e grazie a questo, conoscendo a memoria i tempi morti, li saltava facendo avanzare velocemente il filmato; di seguito lo arrestava, riavvolgeva il nastro, lo riavviava e, rallentandolo nei momenti topici del gioco, riguardava con partecipata attenzione le azioni più esaltanti, una o anche più volte.
Replicando il giochetto lungo l’intero percorso del nastro, in poco più di un’ora riuscì a godersi le migliori azioni messe in campo dalla squadra di cui era tifoso, dall’inizio del campionato fino alla sosta invernale.
Sistemò con cura la pipa, oramai spenta da tempo, sul bracciolo della poltrona, e alzandosi subito dopo posò il telecomando sull’architrave del camino, all’interno del quale getto altri due ciocchi, poi tornò a sedersi; e lì, con ancora negli occhi le immagini dei gol più belli messi a segno dai suoi beniamini, tornò a interessarsi dei misteriosi déjà-vu.
«Se la vita fosse una videoregistrazione, l’arcano sarebbe già bell’e risolto», commentò con noncuranza, mischiando la riflessione con le immagini delle partite ancora ben presenti nella mente.
Si tacque un attimo, e ripensando a ciò che aveva appena detto, s’illuminò. «E se lo fosse davvero?» si chiese, iniziando ad esplicitare un’ardita ipotesi, a suo parere: abbastanza calzante al caso in esame.
«In questo caso la vita, così come la registrazione, avrebbe una durata predefinita. E quando, per un qualsiasi accidente provocato da una nostra azione non prevista dallo schema di gioco - un fallo da espulsione, si potrebbe definire per stare in tema -, viene inopinatamente interrotta prima che abbia terminato l’intero suo percorso… essa si blocca e ci riporta indietro per permetterci di correggere l’errore, avvertendoci con un déjà-vu, una volta giunti nel punto del precedente repentino arresto. E siccome nel corso dell’esistenza a noi assegnata, compiremmo ben più di uno sbaglio che potrebbe costarci molto caro… ecco spiegato il mistero dei numerosi déjà-vu!»
Soddisfatto e inorgoglito dal risultato del suo elucubrare, accese nuovamente la pipa e, guardando lontano, ricollocò l’ardita teoria nell’ambito della fede. «Fummo il risultato, fragile e imperfetto, della creazione. Ma il buon Dio, concedendoci la libertà di vivere compiendo e imparando dagli errori, ci affiancò un invisibile meccanico capace di riparare, riportando indietro le lancette del tempo, l’irreparabile… così da permetterci, ripartendo ogni volta poco prima dell’errore fatale, di portare a compimento la parabola esistenziale.»
Si tacque, ripassò mentalmente ciò che aveva appena affermato. «Sì, mi piace!» esclamò soddisfatto. «I déjà-vu, altro non sono che le azioni messe in atto dal meccanico mandato da Dio… forse l’angelo custode, per porre rimedio ai nostri errori!» chiosò con mistico trasporto.
«Oggi, polenta, salciccia e un buon bicchiere di rosso!» annunciò, recandosi in cucina a preparare il frugale pasto.
Il rumore spezzettato dalle pale dell’elicottero si avvicinò di nuovo. “Hanno finito l’ispezione”, pensò mentre versava la farina nel paiolo.
Il rumore si fece più insistente, sino a diventare assordante. «Mah! Stanno atterrando?!» si chiese incredulo.
Uscì di corsa, e lo vide alzare un turbine di vento biancastro mentre affondava i pattini nella neve fresca dello spiazzo prospiciente la baita.
Un ragazzo, con indosso la divisa bianca e rossa del soccorso alpino, scese e si diresse verso d lui. «Ciao, vecio!» esclamò.
«Ciao, bocia!» ricambiò il vecchio montanaro che, come il ragazzo, aveva svolto il servizio militare nel corpo degli alpini.
«Vi siete fermati per un grappino?» chiese ironicamente il vecchio.
Il ragazzo non colse, fremeva per andarsene in fretta via da lì, e ne aveva ben donde. «C’è un accumulo di neve impressionante lassù!» lo informò, indicando la cima alle spalle della baita. «Se si alza il vento, c’è un’altissima probabilità che venga giù una valanga! Chiudi tutto e vieni via con noi!»
Il vecchio montanaro si perse per un attimo nei propri pensieri: “L’elicottero, la neve, queste parole… un altro déjà-vu”. Poi, osservando la cima gonfia di neve, scrollò le spalle. «Non ci penso proprio!» rispose, lasciandolo allibito.
«Invece ti conviene pensarci, perché se continua a nevicare non potremo più atterrare. Nella migliore delle ipotesi, rischi di rimanere isolato quassù per almeno una settimana. Nella peggiore… non voglio pensarci», insisté il ragazzo, prospettando lugubri scenari.
«Ciao, bocia! Buon Natale!» lo salutò sbrigativamente il vecchio montanaro, girando sui tacchi e lasciandolo di stucco.
«Ciao, vecio! Buon Natale!» ricambiò l’altro, scuotendo il capo. Poi scoccò un’ultima, preoccupata occhiata all’impressionante accumulo sulla cima e, abbassando il tono per non farsi udire, aggiunse sconfortato: «Mi sa che per te sarà l’ultimo Natale… non ci rivedremo più, vecchio testone».
Il vecchio montanaro, che oltre alla proverbiale cocciutaggine aveva conservato un ottimo udito, si voltò e, sorridendo per la prima volta a memoria d’uomo, chiosò sereno: «Ti sbagli, bocia. Ci ritroveremo mille e più volte ancora, in questo Natale; perché se anche dovessero cadermi in testa mille valanghe nei prossimi mille anni…» indicò l’elicottero, «per altre mille volte rifiuterò di salire su quella specie di calabrone meccanico. Non lascerò mai la mia baita!»
E rientrò, chiudendo la porta sullo sguardo attonito del ragazzo.
Non andò come aveva pronosticato il vecchio montanaro. Il bocia e il vecio non si sarebbero più rivisti.
Il vecchio montanaro, riflettendo su quell’ultimo déjà-vu, era giunto a concludere che il segnale, inviato da chissà quale dimensione, fosse chiaro e incontrovertibile: non ci sarebbe stata nessuna valanga, e se voleva cambiare un pregresso, tragico futuro, dove aveva accettato di abbandonare la baita per salire sull’elicottero, doveva starsene lì, dove aveva vissuto praticamente da sempre, nonostante l’impressionante massa di neve gravante in equilibrio instabile sopra la sua testa sconsigliasse di farlo.
La neve si sciolse a primavera senza provocare sconquassi, quando fu anche possibile recuperare i resti dell’elicottero, precipitato in un profondo crepaccio pochi minuti dopo essere decollato dallo spiazzo davanti alla baita.
FINE